Ivrea e Adriano Olivetti: la fabbrica che voleva rendere felici le persone
Perché una piccola città del Piemonte è diventata Patrimonio UNESCO — e perché la visione di Olivetti parla ancora alle imprese di oggi.
Adriano Olivetti si chiedeva se un’impresa potesse avere uno scopo oltre il profitto — e ha passato la vita a dimostrare che la risposta era sì. È una domanda a cui penso spesso.
Una fabbrica di vetro
Camminando lungo Corso Jervis a Ivrea, la prima cosa che si nota è la luce. Le officine Olivetti hanno enormi facciate vetrate: gli operai potevano vedere le colline e il cielo mentre lavoravano. Un’idea radicale per l’epoca — e una dichiarazione d’intenti: il lavoro non deve allontanare le persone dalla bellezza.
Attorno alle fabbriche Olivetti costruì asili, mense, biblioteche, servizi sanitari e case per i dipendenti, chiamando i migliori architetti e designer del tempo. La cultura non era un accessorio: poeti, sociologi e artisti lavoravano fianco a fianco con gli ingegneri.
Dalle macchine da scrivere ai computer
I prodotti Olivetti — dalla Lettera 22 alla Programma 101, spesso considerata uno dei primi personal computer — univano tecnologia e design in un modo che ispira ancora oggi. I manifesti e i negozi erano essi stessi opere d’arte.
Perché l’UNESCO
Nel 2018 Ivrea è stata iscritta nella Lista del Patrimonio Mondiale come città industriale del XX secolo: un esempio eccezionale di come industria, architettura e visione sociale possano plasmare un’intera comunità.
Perché conta ancora oggi
Quando parliamo di responsabilità sociale d’impresa, welfare e sostenibilità, spesso ripetiamo idee sperimentate a Ivrea decenni fa. Per questo amo accompagnare qui aziende e manager: è un luogo che fa riflettere su che tipo di impresa si vuole costruire.
Se ti va di percorrere queste strade con me, dai un’occhiata alla visita guidata olivettiana.
